Premio Tenco 2026 – Day 1
È il secondo anno che veniamo qui, io ed Ema abbiamo una routine rodata e funzionale. Scesi dal treno siamo andati a fare quel minimo di spesa, siamo arrivati a casa ci siamo sistemati e organizzati e poi siamo usciti per il giorno zero.
Al giorno uno è partita la macchina.
Sveglia, doccia, colazione, caffè, conferenza stampa, pranzo, talk, riposino e cambio outfit, teatro, dopotenco. E così saranno anche oggi e domani.
La prima sera del Premio Tenco si è aperta con Manuel Agnelli che ha eseguito una roca versione al pianoforte di Lontano Lontano di Tenco, che può essere piaciuta o non piaciuta, Manuel stesso ha detto che non è esattamente la sua “tazzina di caffè” ma, ha raccontato, suo padre gliela cantava sempre e lui ha cercato di cantarla a quel modo, imitando suo padre piuttosto che un cantautore lontano dal suo stile, cosa che ho molto apprezzato.
Il primo vincitore ad esibirsi è stato Avincola, Targa Tenco per il miglior album di interprete, con “Avincola canta Carella”. Mentre Carella è un cantante che ammetto di non conoscere, Simone lo seguo da qualche anno, da quando, nel 2016, non passò le selezioni di Sanremo Giovani, abbastanza ingiustamente. Da allora nella mia testa Avincola è una voce sottovalutata del panorama italiano. Ha eseguito quattro brani dal disco e uno suo, e al netto di qualche imprecisione vocale, è stata una delle migliori esibizioni della serata. Durante il giorno ci eravamo scherzosamente chiesti dove fosse il Funk al Tenco, ed eccolo lì, trovato subito.
Il secondo ad esibirsi, eccezionalmente, tra l’altro, è stato Filippo Graziani vincitore della Targa Tenco per il miglior album a progetto con “80 Buon compleanno Ivan (Live in Teramo)”, il disco con le canzoni del padre che da circa due anni sta portando in giro nei teatri -spettacolo che sia io sia Ema abbiamo visto a Milano. Filippo si è esibito solo su Scappo di casa, chitarra e voce, con la precisione che solo lui sa mettere nei brani di Ivan, un suono tondo che esce dallo strumento e la voce che ricorda così tanto quella del padre. Neri Marcorè, presentatore della serata, ha definito “un cortometraggio in canzone” il modo di scrivere di Ivan. Non credo ci sia altro da aggiungere.
Ultima della prima parte è stata Emma Nolde, Targa Tenco alla miglior canzone singola per “Quello che deve essere sarà”. Emma ha scelto, per questa edizione, di non presentarsi in band ma solo con la sua chitarra elettrica per fare delle versioni “stripped” se così si può dire, di alcuni suoi brani. Molti, da quello che abbiamo colto, hanno criticato questa decisione, ma io l’ho trovata emotivamente graffiante proprio per questo. Le canzoni che ha scelto (al di là del giudizio puramente estetico che non saprei esprimere, non ho ancora capito se la sua musica mi piace o meno) sono arrivate in maniera molto diretta e toccante. Io ho trovato particolarmente emozionante questa versione di Ughi, la canzone dedicata alla nonna.
Dopo l’intervallo è stato il momento di Piji, Targa Tenco per la migliore opera prima con “Sta registrando audio…” e qui devo fare una riflessione prima di procedere.
Il buon Pierluigi ha 48 anni e una carriera di quasi venticinque anni alle spalle. Il semplice fatto che abbia registrato il suo primo LP originale ora non credo giustifichi la vittoria della targa in questione. Soprattutto non in un momento in cui la società richiede ai giovani di fare tutto senza un briciolo di dignità e visibilità. Ognuno degli altri quattro finalisti, così come molti altri giovani, avrebbero meritato la targa opera prima come esordienti davvero. Poi passiamo le giornate nella sede del Club Tenco a chiederci se la canzone d’autore è ancora viva. La risposta è sì, anche se il Club non la sente e non la riconosce. Questa cosa mi altera particolarmente, proprio perché è lo stesso preciso motivo per cui Tenco si è suicidato a Sanremo, e se sapesse che l’organizzazione eretta in suo onore sta perpetrando gli stessi schemi, penso che non sarebbe affatto felice.
Piji, dunque, si è esibito in uno sbilanciato trittico di canzoni: Sta registrando audio, una fastidiosa cantilena con diverse stonature, Misanthropy Village, con una politicamente schierata intro (apprezzatissima), quasi meglio eseguita in live che non in studio, soprattutto il clarinetto ha gasato, e la lunghissima e monotona (anche quasi mono-nota) Umano poco umano, che appena si è scostata dalla nota fondamentale è stata stonata. In totale un’esibizione noiosa e fastidiosa ma con un bravo musicista al fianco.
Carmen Consoli si presenta per la Targa Tenco miglior album in dialetto per “Amuri luci”, con un crazy set up mandolino, flauti, violino, violoncello e lei con la chitarra. Esegue cinque brani di fila senza un secondo di respiro, banger after banger, con la sua riconoscibilissima voce ma, duole ammetterlo, dopo un po’ si mischia tutto insieme e i brani diventano un unico mash-up degli stessi suoni ripetuti.
A questo punto un lungo cambio palco consente a Neri Marcorè di prendersi un po’ di spazio per un monologo teatrale sui sogni che attira l’immaginario del pubblico. E menomale che c’è stato.
L’ultima Targa Tenco è il miglior album in assoluto. E non poteva vincerla nessun altro disco se non “Orbit Orbit”. Caparezza spiega al pubblico dell’Ariston il significato del titolo e mette su il suo spettacolo. Con le coriste, con i ballerini, con la scenografia. Qualcuno dall’alto si era lamentato della logistica di questa scelta, ma dopo averlo visto e conoscendo un pochino l’artista, semplicemente Michele ha deciso di non fare troppi compromessi sulla sua visione artistica del disco che ha portato, e sull’estetica della sua musica. Io per questo lo ringrazio, perché ha sempre tenuto alla sua integrità e alla sua interpretazione dell’arte e perché ha voluto dare al pubblico il meglio possibile, nonostante tutto.
